In rilievo/2

- Diamo un nome alle cose -

Sappiamo bene che uno Stato può definirsi laico quando la religione viene da esso concepita come un mero fatto individuale e, conseguentemente, non si determini alcuna forma di gerarchizzazione fra le religioni praticate all’interno del suo territorio. Si parla, di contro, di Stato confessionale, quando l’ordinamento giuridico tende a dar luogo ad una vera e propria “professione di fede”, nel senso che informa la sua organizzazione ai principi di una determinata religione, che ha scelto e riconosciuto come propria.

Qual’è la situazione del “bel paese”? Prima del cd. Nuovo Concordato con la Chiesa Cattolica, il nostro sistema dava luogo ad una netta distinzione tra la religione cattolica (che veniva considerata religione “di Stato”) ed i culti cosiddetti acattolici, che si trovavano in una posizione comunque subordinata e meno garantita. Nel 1984, poi, per effetto del Nuovo concordato, venne meno il principio che assegnava a quella cattolica lo status di “religione privilegiata”, dando definitivamente attuazione all’articolo 8 Cost. che dispone: “Tutte le confessioni religiose sono ugualmente libere davanti alla legge” .

Nonostante la detta riforma, purtroppo, i vari governi via via succedutisi non si sono mai posti in una posizione di completa equidistanza rispetto a tutte le confessioni, poiché rimangono tracce ben visibili di una considerazione particolare riconosciuta alla confessione cattolica. Mi riferisco al concordato, grazie al quale (o per colpa del quale) la “confessionalità” è uscita dalla porta, ed è rientrata subito subito dalla finestra. I governi, invero, hanno usato (e continuano ad usare) lo strumento concordatario per regolare i rapporti con la chiesa cattolica, le intese, invece, per i rapporti con le altre confessioni religiose (che vengono così trattate come i Rom, tanto per capirci). E questo è un grave indizio di colpevolezza, tendente a dimostrare che quella confessionalità è ancora viva e vegeta. Ma, per formulare una bozza di imputazione, un solo indizio non può bastare: servono due o più indizi gravi, precisi e concordanti. Credo, però di detenere un’altro (e poderoso) indizio, che ci consente alla fine di acclarare con certezza che il “bel paese” continua a vestire i panni (”zozzi e sporchi di sangue”) dello Stato confessionale. L’indizio ci vien dato da decisioni parlamentari come quelle odierne, grazie alle quali la Chiesa viene prepotentemente trattata alla stessa stregua delle strutture pubbliche: cosicché, come la P.A., ella è resa, di diritto, immune al fisco (..oltre che, per conto suo, alla ragione). Stato (inteso nella sua accezione strutturale) e Chiesa (idem), ergo, usufruiscono dello stesso regime giuridico di favore, degli stessi privilegi, quasi ad atteggiarsi come un tutt’uno.
In sintesi, che vi piaccia o no, siamo in territorio confessionale. Ora, o si chiede a gran voce l’abolizione del concordato o, in alternativa, ci si può stringere in preghiera. Fate voi.

Dove lo Stato è confessionale e la Chiesa è politica, la libertà è impossibile.

(Giovanni Bovio)


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