Qualche giorno addietro un contribuente di questo Stato manifestava tutta la sua rabbia - e quella dei suoi concittadini - nei confronti dei cd. “consorzi di bonifica”. Il tutto girava intorno al solito bollettino di pagamento per i servizi erogati dall’ente suddetto, arrivato con una precisione svizzera anche per quest’anno. Gli dissi di stare calmo (anche per evitare un improvviso infarto) perché in fondo avrebbe pagato un servizio utile, e cioè - come ha precisato la corte costituzionale nel 1992 - “un’attività pubblica che ha come fine ultimo la conservazione e la difesa del suolo, l’utilizzazione e tutela delle risorse idriche e la tutela ambientale“. Quindi: “realizzazione degli scopi di difesa del suolo, risanamento delle acque, fruizione e gestione del patrimonio idrico per gli usi di razionale sviluppo economico e sociale e di tutela degli assetti ambientali ad essi connessi”.
Nulla di tutto questo, e sarà inutile riportarvi la risposta del tizio, i cui contenuti sarebbero da edulcorare, e perciò perderebbero di genuinità. Ma non si può non convenire che
trattasi di una autentica forma di pizzo legalizzata, denominata - giustappunto - “consorzio di bonifica”. Ora che si fa? Ci teniamo il pizzo coi servizi immaginari al seguito oppure proviamo a bonificarlo?



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