Le vite s’intrecciano, la nostra vita è anche quella degli altri. Posso troncare unilateralmente questi legami? O la regola della solidarietà, del riconoscimento reciproco o addirittura della salvezza dell’altro, mi obbliga prima a conoscere e poi a comunicare? Possiamo negarci alla connessione con il mondo? Da questi ragionevoli dubbi, tuttavia, non si può trarre una conclusione generale per cui il rifiutarsi alla conoscenza porterebbe comunque con sè un germe di irresponsabilità. Si dice: se rifiuto i controlli periodici sulla mia salute, posso mettere a rischio il benessere di chi vive con me, poiché la mia invalidità o la mia morte li priverebbero del mio sostegno economico. Ma, come non é pensabile una regola che legittimi il confinare la vita nell’egoismo, allo stesso modo lo è una che la faccia dipendere dalle aspettative o dalle pretese di altri, la sottometta a qualsiasi pretesa esterna. Devono, però, essere prodotte le condizioni sociali perché io rinunci a trincerarmi dietro il diritto di non sapere e possa esercitare libertà e responsabilità. … L’800 sarebbe stato il secolo della libertà economica, il 900 quello della libertà politica. La libertà finale, quella che riguarda le determinazioni proprio sulla vita, segnerebbe il secolo che stiamo vivendo. Una libertà, nel quadro qui considerato, non prigioniera dell’egoismo, ma promotrice anche di solidarietà, connessione, legame sociale, e quindi vie per la costruzione comune di valori condivisi. Da questo nesso sempre più intenso tra vita e libertà scaturisce per la vita un senso più profondo, e il diritto trova una sua più discreta misura. Si mette al servizio del “mestiere di vivere”, e così può essere oggetto di apprendimento, luogo dell’uomo e non del potere, strumento umile e disponibile e non imposizione insostenibile. [S. Rodotà - Il diritto e il suo limite]



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